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IL PUNTO DI ROTTURA

Scopri come ho fatto a capire che il mio vecchio lavoro non era più quello giusto per me.

Ci sono degli anni che sembrano non finire mai.

Sono anni che ti mettono in difficoltà, ti cambiano e talvolta ti segnano.

Li ricordi per una vita intera e devi scegliere se considerarli la fine o un nuovo inizio.

Scrivo queste pagine perché sono convinto che possano essere utili a molte persone che hanno vissuto o stanno vivendo situazioni simili. Persone che hanno bisogno di un aiuto o uno spunto per dare una svolta alla propria esistenza ed iniziare finalmente a vivere la vita straordinaria che meritano.

Nel 2014 ho vissuto l’anno più difficile della mia vita e da allora è iniziata la mia seconda vita: a partire da febbraio e fino a novembre si sono succeduti episodi e cambiamenti che avrebbero sconvolto per sempre le mie giornate.

Alla fine di lunghi mesi e migliaia di pensieri e riflessioni mi sono separato dopo 4 anni di matrimonio, ho lasciato il lavoro che svolgevo da 10 anni e ho dovuto smettere di giocare a calcio dopo 30 anni.

In questo articolo ti voglio raccontare cosa mi ha portato a cambiare il mio lavoro e come ho fatto a capire che non potevo più continuare in quel modo.

Nei prossimi articoli ti racconterò ancora di più ciò che ho vissuto e ti parlerò anche della mia separazione ma ora parliamo di lavoro.

Dopo una breve esperienza come impiegato amministrativo in una azienda del mio paese avevo iniziato a collaborare con strutture mediche, fisioterapiche, centri benessere e palestre. Dopo pochi anni e tantissimo impegno ero diventato il Direttore di diverse realtà di medie e grandi dimensioni nel settore dei servizi alla persona e gestivo più di 60 collaboratori: medici, fisioterapisti, personal trainer, estetiste e persone addette alla reception.

Non solo, mi occupavo di programmazione aziendale, marketing e molto altro ancora. Lavoravo dalle 8 alle 20, senza pause: mangiavo in auto o in ufficio. Il mio telefono scaricava la propria batteria in poche ore e squillava in qualsiasi momento e ogni giorno, anche sabato e domenica.

 

Dopo 10 anni, vissuti sempre con l’acceleratore pigiato al massimo, non mi sentivo realizzato e non stavo vivendo i miei obiettivi ma quelli di qualcun altro. Nonostante gli sforzi e le soddisfazioni economiche, ogni mattina, quando mi alzavo dal letto e mi guardavo allo specchio, sentivo il peso di dover andare a lavorare. E quando questa sensazione si ripete ogni giorno, per troppi giorni, allora capisci che c’è qualcosa che non va.

Durante il suo discorso a Stanford University nel 2015 Steve Jobs diceva:

Dovete trovare ciò che amate. E questo è tanto vero per il vostro lavoro quanto per chi vi ama. Il lavoro riempirà gran parte della vostra vita e l’unico modo per essere veramente soddisfatti è quello di fare ciò che pensate sia il lavoro migliore. E l’unico modo per fare il lavoro migliore e quello di amare quello che fate. Se non lo avete ancora trovato, continuate a cercare. Non vi fermate. Come tutti gli affari di cuore, lo saprete quando lo troverete. E, come nelle migliori relazioni, diventerà sempre migliore al passare degli anni. Quindi, continuate a cercarlo fino a quando non l’avrete trovato. Non fermatevi.”

Queste parole nascondevano per me una grande verità: non potevo continuare a fare un lavoro che non amavo e che era diventato un peso.

Non volevo più lavorare per realizzare gli obiettivi di qualcun altro. Avevo bisogno di sentirmi realizzato e di provare soddisfazione e amore per ciò che facevo.

Volevo sentirmi più utile e volevo mettere a disposizione le mie capacità e le mie conoscenze per migliorare il mondo delle persone che stavano cercando di realizzare una vita straordinaria.

Mi sono fatto molte domande, ho vissuto un conflitto interno molto forte ma alla fine ho scelto di lasciare quel lavoro per iniziare una nuova avventura che mi ha portato a scrivere oggi questo articolo.

In queste righe voglio scriverti cosa mi ha spinto fino al punto di rottura e come ho fatto a capire che quel lavoro non andava più bene per me.

Il punto di rottura si verifica in quel momento in cui capisci che non puoi più tornare indietro perché hai accumulato talmente tanta tensione e delusione che non riesci più a gestirle. È un momento che può durare mesi e che ti assorbe tutte le energie, ti toglie forze e ti fa stare male anche fisicamente.

Quando arrivi al punto di rottura significa che sei ormai al limite e che devi prendere una decisione perché non puoi più andare avanti in quel modo.

 

I tuoi nervi sono sempre tesi, il tuo stomaco fa male, perdi la fame e ti senti stanchissimo. Sei irascibile e le persone vicino a te faticano a starti vicine perché percepiscono la rabbia e la tua delusione e non sanno come comportarsi.

Personalmente il punto di rottura l’ho raggiunto nel febbraio del 2014 ma la mia decisione di abbandonare il lavoro è arrivata ad ottobre, dopo circa 8 mesi. Ho sbagliato, ho aspettato troppo e quel periodo mi ha devastato. Ho perso più di 8 kg, ero senza energia e non ne potevo davvero più.

Oggi se potessi tornare indietro, prenderei la mia decisione molto prima, con maggiore consapevolezza e determinazione. Nel 2014 non avevo gli strumenti giusti per decidere e così ho sofferto parecchio ma ora quegli strumenti sono parte della mia vita e li insegno alle persone che frequentano i miei corsi per aiutarle a non commettere gli errori che ho commesso io e per fare in modo che possano superare al meglio le difficoltà che si presentano.

Ero arrivato al punto di rottura per un susseguirsi di episodi e scelte sbagliate. Se punto il mio sguardo al passato mi rendo conto di aver commesso diversi errori, soprattutto quando non mi sono reso conto di come le cose si stessero evolvendo.

Non ero in grado di distinguere cosa realmente non funzionava e non sapevo nemmeno bene cosa avrei voluto,

In queste righe ti voglio scrivere le 3 cause principali che avevano portato al punto di rottura: sono concetti interconnessi e con molte sfumature ma te li spiegherò in modo semplice. Se stai vivendo o hai vissuto una situazione simile allora capirai in pieno ogni parola.

Le 3 cause che mi han portato al punto di rottura sono state:

  • intolleranza
  • obiettivi diversi
  • valori differenti

L’intolleranza fa riferimento ai rapporti che avevo con le persone con cui lavoravo. I legami erano logori, non c’era empatia, nessuna condivisione e nessun interesse personale reciproco. Ognuno faceva per sé, senza alcuna visione globale. Il gruppo era sgretolato a causa dei troppi individualismi. Nessuno era disponibile o si metteva in gioco nei confronti del collega. Tutti “tiravano l’acqua al proprio mulino” senza rendersi conto che questo creava gelosie, conflitti e invidie.

 

Una giusta dose di egoismo fa parte della vita ma quando l’egoismo va costantemente contro al bene comune allora questo diventa deleterio ed è capace di distruggere ogni rapporto.

Le persone faticavano a salutarsi ed erano intolleranti, le une con le altre. Ogni mancanza ed ogni errore, anche se piccoli, portavano allo scontro e si alzavano i toni.

Nessuno aiutava nessuno e se avevi un problema dovevi risolvertelo da solo senza poter contare sulle persone che lavoravano con te.

Era una vera e propria giungla del rapporto umano dove l’unico obiettivo era la sopravvivenza e poi bisognava guardarsi le spalle per evitare di essere sbranati. Tutto questo era irreversibile e, nonostante i miei sforzi personali, non cambiava nulla perché nulla cambia se le persone non vogliono veramente farlo.

Sentivo di non c’era più nulla da fare e lo stress era alle stelle perché vivere e lavorare in un ambiente ostile ti assorbe energie e ti rende poco produttivo.

Inoltre, avevamo obiettivi diversi: non c’era una visione comune perché, come dicevo prima, ogni persona cercava di realizzare il proprio obiettivo personale senza interessarsi minimamente di quello che era il bene comune.

Il calcio e lo sport di squadra mi avevano insegnato che se vuoi vincere partite e campionati devi far si che i giocatori abbiano un obiettivo comune e che questo obiettivo comune sia compatibile con gli obiettivi individuali. La forza di un gruppo e di un team di lavoro sta proprio nella voglia di tutti di sacrificarsi per il compagno con lo scopo di conquistare la vittoria tutti insieme.

Non era così perché in quel periodo ogni giocatore era interessato solo a sé stesso e i rapporti erano di conseguenza logori.

Il terzo motivo principale che ha portato al punto di rottura è stato avere valori differenti. Intendo dire che le cose importanti non erano condivise e non erano le stesse per tutti. C’era chi credeva fortemente nella crescita personale e professionale e chi invece non era assolutamente interessato. C’era chi credeva nel sacrificio e chi non era assolutamente disposto ad alcun tipo di sacrificio. C’era chi metteva il cliente al centro del proprio lavoro e chi invece lo vedeva come un peso da dover sopportare.

C’era un disallineamento totale e quando i valori non coincidono allora si arriva allo scontro perché i comportamenti saranno diversi e spesso contrastanti.

 

In una organizzazione lavorativa deve assolutamente esserci la condivisione della vision aziendale e un allineamento di questa con tutti i collaboratori. Se non è così allora si arriverà alla rottura.

Le 3 cause che hanno portato al punto di rottura mi hanno insegnato molto sia dal punto di vista personale che lavorativo e da allora, nel mio ruolo di Mental Coach e di Consulente Aziendale, ho sempre lavorato affinché le persone imparino a costruire legami solidi ed empatici per evitare di arrivare all’intolleranza e ho dato molto valore alla definizione e alla condivisione di obiettivi e valori.

In ogni tipo di organizzazione, lavorativa ma anche famigliare, obiettivi e valori devono essere condivisi. Ogni individuo deve sapere cosa vuole veramente dalla propria vita e deve conoscere quali sono i propri valori fondamentali così da poter poi condividere tutto questo con i propri collaboratori o con il proprio partner.

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